Ritornano vecchi sapori, il ricordo di altre stagioni.
Certe cose per fortuna non cambiano mai.
Vive gli istanti degli altri.
R. gioca con la pasta che servirà per fare i biscotti, è un pomeriggio pieno di sole ma hanno deciso di trascorrerlo in cucina. Sono fortunati, la loro cucina è grande e bella, il cuore pulsante di una casa immersa nel verde modesto di un paesino lontane dalle grandi città. Sembra tutto così perfetto, persino i solchi sul tavolo di legno sembrano essere lì per un motivo ben preciso.
(Mi blocco come in apnea per poi respirare l’aria di altri mari molto insoddisfatta. C’è di che sentirsi un po’ aridi. Scrivere è faticoso come creare solchi sulla terra indurita dal sole. Ricordi non miei, cerco di masticarli per poterli inghiottire senza sentire troppo dolore.)
La luce che arriva dal cielo pomeridiano non è delle migliori ma lei non vuole ancora accendere la luce, incantata dal gioco di colori che si è creato tra il lavandino e il pensile. Conta fino a cinque in attesa di qualcosa, ma non succede niente. Conta ancora, questa volta fino a dieci. Sospira increspando le labbra, cosa le è venuto in mente?
Arrotola le maniche di R, ormai sporche di pasta e farina. Sembra felice e probabilmente lo è, è ancora troppo presto per quelli che sua nonna chiamava “noiosi affanni”: Quando lo diceva si reggeva il petto, come se tutte le fatiche del mondo si nascondessero lì, in cerca di tepore su quel grosso seno ormai nascosto da strati di lana e cotone.
Fatica, ricordi. I ricordi sono faticosi, orribili, devastanti, dolcissimi. Lo stesso ricordo da un’angolazione diversa può essere un’esplosione di gioia o un contenitore troppo grande di nostalgia.
(Si inizia con un’idea ben precisa nella mente, uno schema quasi matematico, poi i polmoni prendono il sopravvento. Scrivo con i polmoni, o così mi sembra).
Il tavolo ad occhi estranei potrebbe sembrare troppo vicino al camino, ma anni di esperienza familiare lo hanno collocato nella posizione perfetta e non è stato più spostato. R. smette di giocare con la pasta, vaste chiazze di farina coprono il suo viso . Continua a non dire una parola. Non canta, non fischietta. Risente ancora dell’immensa concentrazione dedicata al modellare forme aliene con la pasta, identificabili solo dalle mani che l’hanno create. Avrebbe bisogno d’aria alla sua età, rimanere giorni e giorni in casa sta peggiorando la situazione. Galleggia in una precaria felicità.
(Capita che siano necessari dei compromessi, dei piccoli sacrifici. S. diceva che a volte si deve regredire per poi progredire ulteriormente. Viene da chiedersi se avesse ragione o meno. Forse era solo una giustificazione ai fallimenti di tutti noi).
E’ stata solo un’ombra passeggera che è volata dalla porta al tuo letto e poi è tornata indietro, così leggera, isterica, minuta. Ha spento la luce e stretto fra le sue mani la tua testa, prima con dolcezza e poi violentemente, finchè tutto è diventato buio. Sei tornato dopo tanti anni e hai scoperto quella verità che avrebbe potuto cambiare la tua vita. Forse la donna con gli occhi di lapislazzuli sarebbe rimasta con te nella terra delle mille spezie, invece ti rimangono chiesine bianche di campagna e le tasche vuote.
Lasciati accompagnare alla porta.
Non è facile andare via dalla festa mentre tutti si stanno divertendo, ma questa volta è necessario.
Forse viviamo un po’ tutti in una sorta di film da Dogma 95.



O forse no, ma ci piacerebbe.
Una visione netta, le strade spaccate e secche che dividono.
Il vecchiaccio ha tirato fuori dal pozzo le chiavi di Mimì. Povera Mimì, così giovane. Mi ricordo il suo polso bianco, la sua mano che si apre per lanciare giù in strada quelle chiavi mentre tiene stretto sulle spalle lo scialle blu elettrico. Sono stati vicini di casa per anni, si conoscono da quando sono bambini, ma da qualche tempo quando lo vede tornare nel quartieri sulla sua bicicletta non si sente tranquilla.
Il passato dovrebbe riposare nelle sue gelide caverne come un drago antico, senza disturbo. Le tracce del passato puzzano di marcio, di rancore. Ci si protae in avanti sperando di vedere il seguito della storia, nel tentativo di riuscire a leggere contro luce la pagina successiva. O almeno, così dicevano nei giorni d’estate quando era più facile, quando tutto era illuminato con più forza e prepotenza.
La vecchiaccia passa le giornate a criticare chi passa sotto le sue finestre ma quando le chiude, verso sera, non le rimangono che un tavolino sporco di briciole e macchie di tè stantio ai lati della mano. Fuori intanto ballano nelle piazze illuminate dalle fiaccole, danzano indemoniati, vivono le loro notti pagane in un ciclo continuo di risate e lacrime.
“Avrei voluto posare per te”
A sprazzi i neuroni cercano di inviare impulsi regolari, impulsi che aiutino ad aprire quel maledetto quadernino e a riempirlo di qualcosa. Qualsiasi cosa, anche uno sbaffo impertinente di matita.
“Sei un’incapace”
Il presente si insinua sotto la pelle come un veleno lento ed insidioso, vagamente dolce ma terribilmente malinconico. Annuso a pieni polmoni il profumo del presente, ma la semplicità delle margherite è ben lontana.
Lo stallo generale è un’illusione ottica?
Scrive a caso, nel disperato tentativo di creare qualcosa mentre annusa l’aria del mare.
A volte quando ci sono troppe cose da dire la scelta migliore è quella di stare zitti.
Elle est pas stable, elle est pas partout
Elle dit qu’elle partira ou elle est meme pas venue.

Ha assoluta necessità di comprare dei fiori, come Mrs Dalloway. Fiori bianchi, possibilmente.
Il maritino sdraiato nel suo letto bianco guarda il soffitto illuminato dalle prime luci dell’alba. Fuori qualche uccellino s’azzarda già a cantare. Melodie vaghe, spezzettate, vicine e poi d’improvviso lontane. Il viso del maritino, così fresco nonostante la notte insonne, è totalmente inespressivo. Un sospiro rimbalza dalle sue coperte alla finestra, per poi scomparire nel nulla. Muove le gambe provocando un rumore simile a quello di onde infrante contro un muro di cemento. Rimane immobile per qualche momento, quasi senza respirare. Con uno scatto esce poi fuori dal letto, ritrovandosi in piedi vicino al comodino. Un bicchiere d’acqua, due libri, alcune riviste. Il cellulare posato a terra, insieme al portafoglio. Si guarda le mani, le braccia, poi la pancia. “Se sembro un salumiere forse è tempo di mettersi un po’ a dieta, fare un po’ di palestra”
No. Non un’altra giornata così.
Il maritino apre la porta di casa, una porta blu in stile georgiano, che dà direttamente sul marciapiede. Vestito di tutto punto, cravatta sistemata, tiene in mano il giornale. Ha piovuto da poco, il marciapiede è lucido, ripulito in apparenza. I mozziconi di sigaretta, i pezzi di carta, tutto la roba che la gente butta a terra è finita poco più in là, al margine della strada.
L’odore delle saponette che mettono negli alberghi misto a quella sorta di profumo falso delle lenzuola. Il maritino chiude gli occhi a quella zaffata. E’ poco probabile che lì vicino ci siano lenzuola stese sul marciapiede o saponette in omaggio alla caffetteria all’angolo. Tiene gli occhi chiusi con forza, rimanendo per un lungo momento senza respirare.
Sotto le palpebre si disegna un mondo scuro, pieno di flash, colori strani, quasi lampeggianti. Intravede figure prive di senso, squadrate, linee, cerchi, vermetti. Vede scorrere come su una vecchia videocassetta l’immagine di una sorta di finestra. Si ricorda di respirare. Inspira a fondo per riprendere fiato, riapre gli occhi. La gente cammina sul marciapiede ignorandolo completamente, chi con la testa completamente coperta da un cappello, chi con mani rese grandi e goffe da guanti di lana. Il maritino vede riflessa la sua figura nella vetrina dall’altra parte della strada.
Ma davvero sembra un salumiere?
Guarda con curiosità quel tizio che sta ricambiando così insistentemente lo sguardo. Una faccia pulita, diceva che sembrava ripulita con il bicarbonato tanto era bianca. Una faccia che infondeva serenità. La fossetta sul mento certo non lo fa passare per un divo, tutto il resto non va molto bene per il grande schermo. Aggrotta la fronte, perplesso. Bello non è, o così ormai gli hanno fatto credere da tempo, sarebbe difficile convincerlo del contrario. Ma lui si occupa di altre faccende, non ha più tempo per questo genere di cose.
Lui ha le spalle grandi.
Vuole comprare dei fiori, anche se non sa quando e come regalarli. Soprattutto a chi. Ma ha bisogno di comprare fiori bianchi. E’ questa ora la sua priorità. Avanza verso la strada che porta al centro con la sua tipica camminata che rasenta il patetico, ma i vestiti formali e l’espressione seria lo mantengono in equilibrio: un ometto qualsiasi, insomma. E poi ecco che vede il rivolo d’acqua che scorre tra il marciapiede e la strada.
Fissa quel fiumiciattolo a lungo per poi crollare sulle mattonelle, sbattendo le ginocchia.
Poggia i palmi delle mani sul pavimento e rimane immobile.
Ore, ore, ore.
Ah, maritino mio. Potessi dirti quanto mi manchi, quanto vorrei che al posto di questi fiori bianchi ci fosse il nulla.
Terra, erba.
Magari un albero, ma non questo ricordo metallico che sa di sangue, il contrasto del rosso sul copriletto bianco.

Kitchen Stories.
La comunicazione tra persone sole.
La neve, il silenzio, il caffè.

Festen.
Cosa c’è dietro la parola “famiglia”?
Allegorie dal Nord.

“QUI RIPOSA
UNO SCRITTORE SVEDESE
CADUTO PER NIENTE
SUA COLPA FU L’INNOCENZA
DIMENTICATELO SPESSO”

I’m sitting here in the boring room
It’s just another rainy sunday afternoon
I’m wasting my time
I got nothing to do
I’m hanging around
I’m waiting for you
But nothing ever happens and i wonder
I’m driving around in my car
I’m driving too fast
I’m driving too far
I’d like to change my point of view
I feel so lonely
I’m waiting for you
But nothing ever happens and i wonder
I wonder how
I wonder why
Yesterday you told me ’bout the blue blue sky
And all that i can see is just a yellow lemon-tree
I’m turning my head up and down
I’m turning turning turning turning turning around
And all that I can see is just another lemon-tree
I’m sitting here
I miss the power
I’d like to go out taking a shower
But there’s a heavy cloud inside my head
I feel so tired
Put myself into bed
While nothing ever happens and I wonder
Isolation is not good for me
Isolation I don’t want to sit on the lemon-tree
I’m steppin’ around in the desert of joy
Baby anyhow I’ll get another toy
And everything will happen and you wonder
I wonder how
I wonder why
Yesterday you told me ’bout the blue blue sky
And all that i can see is just another lemon-tree
I’m turning my head up and down
I’m turning turning turning turning turning around
And all that I can see is just a yellow lemon-tree
“Prendi il tuo cuore, metti un recinto e poi avvolgilo nel filo spinato”
Probabilmente Miranda July direbbe che è sbagliato pensarla così, ma a noi, in fondo, interessa?
Margherì, Margherì. Butta il tuo cuore in fondo al lavandino e dai da mangiare ai cani prima di uscire.
Poi poggia una mano sulla fronte del tuo amore.
No, ho sbagliato, scusa.
Togli quella mano o verrà cacciata da un frustino.
Le lunghe attese ti stanno rendendo cieca, Margherì.
Quei rumori ormai li sogni di notte. La luce al neon, il caldo, gli odori.
Le parole lanciate per aria con un contagocce.
Lascia perdere, Margherì.
Tiro su per coprirmi il naso la sciarpa blu che Gaia ha finito di fare il giorno del mio compleanno. Lo sapeva che non indossavo mai il blu, eppure ricevevo da lei in continuazione guanti e sciarpe di quel colore, tanto che mi domandavo se non lo facesse per dispetto, per rimarcare il suo bisogno infantile ed esasperato di affetto vendicativo.
Forse era una pazza isterica. L’ho vista ballare sotto la pioggia come in un vecchio film, solo che era in Faubourg Saint-Antoine sotto Natale. Ha buttato in faccia al cameriere il suo caffè solo perché aveva fretta; ha lacerato i suoi quadri con un coltello da pane perché i colori erano troppo scialbi. Forse è una giustificazione misera, ma era una di quelle persone che possono permettersi tutto senza perdere fascino, non so se mi potete capire.
La vedo seduta al tavolo della cucina, appollaiata su uno di quegli orribili sgabelli Ikea. Tiene la testa fra le mani chiuse a pugno sulle orecchie, strizza gli occhi e arriccia il naso infastidita.
“Voglio andare a casa”
Le parole escono strisciate, stanche.
“Cos’hai detto? Non ho capito”
“Voglio andare a casa”
La guardo, disegnando con gli occhi una linea immaginaria sui suoi capelli. “Ma sei a casa”.
Ho bisogno di sedermi, ma questi sgabelli reggono una persona adulta?
“No, non hai capito. Voglio veramente andare a casa”.
Allunga un braccio sul tavolo. Com’è bianca!
“Non ti seguo, cosa vuoi dire?”
Non sospirare, le dà un fastidio terribile, forse questa volta riesco a mantenere la situazione tranquilla.
“Casa. Voglio entrare in un posto, sedermi e potermi sentire finalmente a casa. Questo è un luogo che abito, che abitiamo, ma non è casa”
“Dove sarebbe casa nostra allora?”
Non sono poi così scomodi questi sgabelli.
“Non lo so, smettila di fare domande”
Ha alzato la voce di un’ottava. Una volta aveva una bella voce, ma dopo anni di sigarette e gli urli continui di certi periodi sembra proprio che l’abbia rovinata. Ora suona più matura ma anche desolatamente più triste.
“Scusa, volevo solo capire come ti senti”
Il frigo fa un rumore terribile, speriamo non si stia guastando.
Ha ritirato il braccio, lo stringe intorno a sè, al suo fianco, in una sorta di abbraccio goffo e lasciato a metà.
La ricordo seduta in metropolitana con appoggiata sulle gambe una delle sue borse di velluto un po’ vintage e la grossa borsa portaquadri, quando cercava di seguire i discorsi degli altri passeggeri e poi commentava con me che non capivo regolarmente di cosa stesse parlando, o quando si agitava alla vista dei controllori pur avendo il biglietto ma risolveva tutto con un sorriso.
Quella Gaia non c’è più, qualcuno deve averla portata via e mi ha lasciato questo clone delirante e spettinato. Eppure le sottili vene azzurrine dei polsi sono le sue, così come le pieghe del collo, ormai quasi sempre coperte da una pettinatura che definire antiquata è dir poco. Ha sempre avuto delle mani bellissime la mia Gaia, mani da musicista, da artista. Sempre gelide. Non saprei dire quante volte le ho fotografate, anche quando facemmo quel viaggio in Portogallo. Ricordo la prima notte in un albergo di Lisbona: le sue mani erano appoggiate sul davanzale e con lo smalto azzurro delle sue unghie si creava un contrasto bellissimo.
Una notte di gennaio ha preparato borsa e valigia. Meticolosamente, nel silenzio imbarazzante e sonnacchioso di casa nostra. Ben attenta al parquet posato non proprio a regola d’arte ha aperto la porta di casa, pesante e fredda, ha spostato con la borsa lo zerbino sul pianerottolo e si è avviata giù per le scale.
Stringevo la manica del suo maglione verde come avrebbe fatto un gatto. Fuori dalla finestra riuscivo a vedere dei lampi bluastri, delle nuvole lontane avvicinarsi rapidamente. Avrei voluto fare qualcosa, urlare, piangere, anche solo parlare. Ma sentivo qualcosa nella gola che mi impediva qualsiasi movimento. Il suo maglione era molto morbido ma lasciava sempre dei pelucchi in giro, persino nei piatti. Ciniglia. Bel materiale ma fastidioso, un po’ come lei. Avrei dovuto plasmarti forse? Modellarti secondo un’idea? Non sei morta. Prima eravamo sul divano, a Oslo.
Ora il clima è cambiato, sembra quasi Cuba, ma i colori sono troppo freddi.
Sono terribilmente stanca, Ivan. Non è quella stanchezza sana provocata dal lavoro, è una stanchezza colma di dubbi, che finge di chiedere riposo ma che poi lo rifiuta. Non riesco a stare ferma per dieci minuti, fatico ad addormentarmi eppure durante la giornata non vedo l’ora che arrivi il momento di andare a dormire. Hanno tolto tutte le coperte, credono che sia già arrivata la Primavera ma si sbagliano, stasera è calata la nebbia sul mare, non si riesce neanche a vedere il faro. Mi dispiace per il tuo naso. Trovo terribilmente triste che tu nel futuro non sentirai mai più un odore qualsiasi. Non sentirai neanche più il suo profumo.Riesci a ricordarlo? Puoi immaginarlo? Dovrò narrarti dell’odore delle mele, delle giornate di pioggia e dei fili d’erba bagnati. I piatti che ti piacciono tanto avranno ancora lo stesso sapore?

“Se seguissimo sempre e solo il senso comune questo mondo sarebbe un posto buio in cui vivere”
(Ivan, “Le mele di Adamo”)
(Post nostalgico. Everybody is doing it, so why can’t I?)
Oggi ho parlato di te dopo tanto tempo. Tiriamo le somme.
Mi basta sapere che ancora adesso, dopo così tanto tempo, non riesco ad andare alla fiera del fumetto.
Non reggo la vista di elfi e hobbit.
Non apro mai la scatola che contiene il draghetto di Trieste, l’anello, la spilla.
(Era Trieste o Trento? Ehm!)
Ho arrotolato fogli e locandine, imboscato qualche cd, nascosto i fumetti che mi avevi regalato.
Ormai tutto sta prendendo polvere.
La tua cartolina… Roma? Firenze? Non lo ricordo neanche più. Ma era Byron. E un giovane, splendido David.
La tua scrittura minuta che a volte, nei mesi, ho rivisto nella mia in periodi di tensione.
Magari un giorno passerai di qui, ma non è necessario.
La consapevolezza che non tutti hanno avuto una simile esperienza.
E quello che un tempo mi lasciava perplessa oggi diventa un ricordo a volte ancora un po’ tagliente ma dolcissimo.
Le nostre vite stanno seguendo il loro corso, ma sono sicura che hai capito, capirai e capiresti tutto, come sempre.
Troppo cerebrale per capire
che si può star bene senza complicare il pane,
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote
ma doppiate.
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo
e quando dormo taglia bene l’aquilone,
togli la ragione e lasciami sognare,
lasciami sognare in pace…
Liberi com’eravamo ieri,
dei centimetri di libri sotto i piedi
per tirare la maniglia della porta e
andare fuori
(…)
ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già
Troppo cerebrale per capire
che si può star bene senza calpestare il cuore,
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi
come sulle aiuole.
(…)
Leggera leggera si bagna la fiamma,
rimane la cera e non ci sei più…
Vuoti di memoria, non c’e’ posto
per tenere insieme tutte le puntate di una storia,
piccolissimo particolare,
ti ho perduto senza cattiveria…
I can’t stand myself
I’m being held up by invisible men
Still life on a shelf when
I’ve got my mind on something else
Sunny days, oh where have you gone
I get the strangest feeling you belong
Why does it always rain on me?
Is it because I lied when I was seventeen?
Why does it always rain on me?
Even when the sun is shining
I can’t avoid the lightning
Oggi ho trovato nella posta “About a boy - Un ragazzo” di Nick Hornby grazie al gentilissimo prestito di Franca. La sua iniziativa è meravigliosa: presta dei libri che poi le torneranno indietro pieni delle emozioni dei lettori, farciti di foglietti, segnalibri, post-it colorati, annotazioni a mano. E il libro di Hornby arriva nella giornata giusta (notate la data).
Considerati gli ultimi eventi non sarebbe male essere come Will Lightman.
Signora Dalloway, ti eviterebbe di cantare a squarciagola i Travis mentre prepari la cioccolata calda per coccolare quel briciolo di cuore che ti è rimasto.
“Oh Signora Dalloway, sempre ad organizzare feste per coprire il silenzio”
Oggi farò una cosa molto da blogger, ispirata già da un po’ dal suo post, ispirato a sua volta da quell’usanza diffusa di commentare le parole chiave che portano al proprio blog.
Si aprano le danze.
riflessioni su una giornata di pioggia e noia (Google)
Ho cercato questa frase su Google con gli apici e non è uscito niente. Se stavi cercando di capire se è un titolo utilizzabile per la tua meravigliosa opera che un giorno noi tutti acquisteremo facendo accalcati la fila in una libreria di New York sei a cavallo, puoi procedere.
metro- rue de la Felicita (Google)
Capisco il nazionalismo, ma il nome esatto è rue de la Félicité, 17ème arr. di Parigi. La metropolitana più vicina è Villiers. Sinceramente ci sono zone migliori.
portamonete in cuoio (Google)
In cuoio? Perchè sacrificare delle bestie per un portamonete? Ne consiglio uno colorato in canapa, ultimanente è molto radical fashion. Lascia stare il cuoio per una volta, c’è già abbastanza sofferenza in giro.
una vecchina seduta sui gradini (Google)
Mary Poppins! Mary Poppins! Ho indovinato?
ha-ne sushi 230 (Yahoo)
Buono, bene, peccato le luce della catena, sembrano Mc Donald’s, ma sempre sushi è. Una curiosità: perchè 230?
calo di pressione tempia (Google)
fitte tempia (Google)
Continui a venire sul mio blog da un mese con queste parole chiave. Una volta ho preso con slancio lo spigolo di un televisore contro la tempia, ho visto nero e stelle per due minuti e mi sono preoccupata per un anno temendo grumi cerebrali e stati comatosi tardivi, quindi so di non essere la persona giusta per consigliarlo, ma non sarebbe il caso di fare una visita medica?
sfondi tristi (Google)
La vita è già tanto amara, perchè deprimersi? Comunque posso consigliarti degli sfondi molto belli e magari anche un po’ tristi qui
selva luogo di perdizione incontri (Google)
La selva era oscura pur per un motivo, no?
borse violacee sotto gli occhi rimedi (Google)
Se non sono come quelle di Derrick o della Magnani ci sono vari metodi naturali:
- cotone imbevuto di acqua di rose
- impacchi di camomilla fredda o malva con rosmarino in mezzo litro d’acqua
- fetta di cetriolo
- dormire!
non si conosce si odia starck (Yahoo)
Hai ragione, lo odiano perchè non lo conoscono. Fa molto “intellettuale” disprezzarlo, ma poi non ti sanno citare un suo solo lavoro, non sanno neanche che ha una figlia o che non disegna solo oggetti per l’Alessi.
Philippe non si tocca!
nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola!!!!!!!!!!!!!!!(Google)
Un pythonista! Si vede anche dall’impeto col quale hai scritto la frase! Come sarai finito qui?
SIMILITUDINE DI SALATO COME… (Google)
… il mare, le lacrime, il salame, il sale (!), le olive….
ingaggio killer (Google)
E’ semplice, basta scrivere: AAA cercasi killer. Inserisci l’annuncio sui vari portali e se non ricevi risposte cerca su eBay. Buona fortuna.
piroso si commuove (Google)
Devo stringerti la mano e soprattutto devi dirmi quando si è commosso. Da brava piccola fan devo sapere tutto. Contattami.
Segue poi una lista interminabile di “dvd ispettore barnaby” “ispettore barnaby sigla” e simili: propongo una raccolta firme per rilanciare gli episodi di Barnaby, soprattutto la stagione con Troy. Non siamo soli!
Per salutarti con una pacca sulle spalle,
per rassicurarti in tardi pomeriggi d’inverno,
per dirti che tutto andrà bene,
per abbracciarti e salutarti,
per dirti finalmente addio,
per non incontrarti mai più in queste piazze desolate.
Addio addio addio…
Dirti che quel divano ha qualcosa di triste e profondo…
In fondo è solo un divano,
un piccolo, gentile luogo caldo che ti accoglieva nelle serate difficili, quando cercava
(lei, lei, lei)
di parlarti,
di accarezzare quel cuore distrutto,
isterico, masticato, disprezzato.
Rotto!
Piccolo orologio di passioni spezzate, non riusciva a ripararti.
Nascita di granelli di sabbia polverosi che graffiano i piedi sotto un sole violento di agosto
Torna inverno mio, siediti vicino a me, sospira aliti gelati e azzurri e rimani.
Bacia le palpebre della Primavera.
Per sempre, sempre, sempre…
Dolce inverno spietato e pungente, non sparire. Torna e uccidici. Vedranno rivoli di sangue blu e mercurio scorrere sulle strade fredde e poco illuminate di città antiche.
Hai posato l’ombra del pugnale su guance violacee e morte, non credi sia abbastanza?
Punta a caso il dito sulla mappa e corri via, seguendo un foglio di carta bruciato.
“Neurone nostalgico cerca ingaggio come killer per dimenticare”
Sottotitolo: Esorcizzare il dramma 2 - La rivincita
“Neurone nostalgico cerca ingaggio come killer per dimenticare”. Come era in uso ai tempi dei Babilonesi (per associazione di idee ecco il link al Grog) partiamo con un titolo che riprende le prime righe dello scritto, detto post. (Pst, i Babilonesi avrebbero aperto un blog? Ecco) Abbiamo a che fare con un neurone, figura ambigua che se da una parte viene presentata come un’accademica cellula del sistema nervoso, dall’altra ha ormai raggiunto una certa fama come “neurone umanizzato”. C’è chi ne ha parecchi, chi ne ha pochi, chi ne ha uno. Di solito chi parla di neuroni parla al singolare (”il mio neurone”) ed è particolarmente affezionato a questa creatura (”il mio neurone è stato scaraventato dall’altra parte della mia testa” o “stanotte al mio neurone per rimanere sveglio a studiare ho dato 230 caffè”). Ognuno lo immagina a modo suo, ma spesso è un coso buffo di colore sgargiante che si intrattiene nella testa del malcapitato.
{SPOT SOCIALE: Avrà i tuoi occhi. Avrà il tuo sorriso. Adotta un neurone.}
Un’entità (scusami, è l’unico modo nel quale riesco a chiamarti, non è molto grazioso, lo ammetto) diceva che certi neuroni erano molti ma navigavano nella Guinness. Varie volte sono morti ma sono sempre resuscitati, ogni volta più adulti e noiosi. Un giorno, neanche tanto all’improvviso, se ne sono andati e ne hanno lasciato solo uno (per un caso assurdo pure somigliante a Woody Allen). E lì abbiamo dato inizio alla catastrofe.
Bernard, questo il nome del neurone, cercava di intrattenersi in diversi modi per vincere la noia, ma aveva un “pensiero altalena” che lo tormentava. Il “pensiero altalena” è quel pensiero che sparisce anche per settimane per poi tornare più acuto di prima (manie, pene d’amore, fissazioni, perdite d’amicizia, perdite d’acqua… quello che volete). Il povero Bernie sbatteva la testa contro le pareti (da cosa credevate avesse origine il mal di testa?), si dava da solo impulsi elettrici, navigava su internet, beveva frullati, guardava l’Ispettore Barnaby e giocava a ping pong contro le pareti (il famoso mal di testa a “grappolo”). Niente, una noia mortale, un susseguirsi di ore e settimane inutili. Appendeva bellissimi poster alle pareti (le famose fitte alla tempia), faceva qualche foto (le famose lucine che si vedono quando si ha un calo di pressione), canticchiava (ehm… ma davvero senti le voci?)
Un giorno guardò il calendario e rimase colpito da una data. Erano passati troppi anni. Anni di nulla, di vuoto, di vortici senza senso. Iniziò a buttare via tutti i suoi oggettini, foto, dvd, libri, cd, vestiti, frullatore. Via tutto, voleva tornare libero! Per un breve attimo sentì la libertà prendergli lo stomaco, fargli girare la testa; per un attimo gli sembrò di volare. Un urlo di gioia scacciato dalla gola. Che ebrezza meravigliosa!
Ma subito dopo… beh, subito dopo si accorse che tutto era già passato, la sua casetta era rimasta la stessa e i pensieri non erano cambiati, anzi, erano fissi e ipnotici. Aveva sentito un grande frastuono nella testa durante quel momento di libertà, ma ora rimaneva un silenzio assordante. Tutto era ruvido, appiccicoso, grigio. Rimaso seduto in un angolo a guardare il mondo passare, ma non passò nessuno.
Sentiva uno strano sentimento montare dentro di sè, come una panna vegana rancida e satura di aceto (ditelo, che una similitudine come questa non l’avevate ancora sentita). Per tutti i numi… odio! Ecco cos’era. Un odio sottile, malnutrito ma efficiente. Odio verso tutti, verso chi lo aveva lasciato solo in quel pezzetto di globo dimenticato. Accese il computer. I suoi occhetti cercavano febbrilmente i siti giusti, le parole giuste. Annunci, annunci, annunci. Tutti troppo bravi, tutti troppo politicamente corretti, tutti troppo ipocriti.
Ed ecco l’idea, la lucetta accesa.
Picchiò i tasti della tastiera, sbagliò una parola su tre, ma alla fine ci riuscì.
“Neurone nostalgico cerca ingaggio come killer per dimenticare. Non chiamare ore pasti, chiedere di Mr Neuron. Massima serietà”
Cliccò “invio” ed iniziò a guardare il telefono. Lo fissava talmente tanto che ad un certo punto diede per scontato che fossero due, forse tre. Silenzio. Stramaledetto silenzio. All’improvviso la gente era forse diventata tutta buona? Proprio adesso? Gli scivolò un gomito sulla scrivania, poi l’avambraccio, la spalla… dopo poco si addormentò, viaggiando in un sonno agitato, donabbondiano. “No, no, gasp!” si sentì dire poco prima di risvegliarsi. Stava squillando il telefono. Una vocetta rauca sussurrò qualcosa, ma Bernie non capì. “Come?”. Click. “Mi fai schifo”. Ecco cos’aveva detto. Ripensò a quella voce, era sicuro di averla già sentita da qualche parte. Continuava a ripeterla tra sè e sè, camminando avanti e indietro sul tappeto.
“Mi fai schifo”.
Anzi, per amor di cronaca dovremo dire che fu piuttosto un “ihhh… mi fai shschifooooo”. La voce di una persona rimasta senza voce. … Bernie sentì un brivido così prepotente che si dovette sedere. L’aveva idealizzato per anni, ricordava voci melodiose, grandi storie narrate, pomeriggi di sole, mani morbide sulla schiena. Aveva dimenticato i difetti, rimossi senza pietà. Aveva perso per metà della sua vita il senso della gioia, conosciuto l’odio, mestamente cercato la solitudine in nome di tempi mai esistiti.
Il “pensiero altalena” rimaneva spesso senza voce.
Immersa nelle acque
Sprofonda
E si distrugge.
Dolcissimi capelli pettinati.
Grano estivo, senza timore di vita, in un capanno coperto di neve.
Piange sorridendo, guarda il cielo e ama il tuono.
Verso suoni diversi. Mia, mia, mia.
Corre, fuga disperata,
le stanno strizzando il cuore,
la stanno soffocando,
inciampa sul fango, le ginocchia ferite,
si aggrappa ad un filo d’erba.
Posa la guancia sulla terra molle, piccola mia, piccola dea nervosa e oscura.
Prendimi con te, accoglimi, distruggimi.
Quel piccoletto che raccoglie monetine. Le dita graffiano l’asfalto sporco, grasso, polveroso.
Nero, grigio e ardesia. Tossisce senza far rumore.
Silenzio, di là dormono tutti.
Ssh, piccolina, ssh.
Leggi un buon libro, riscaldati con una tisana amara. Domani mattina non spareranno.
Ed eccola, bellissima, sessant’anni dopo.
La sua poltrona di velluto verde, le tazzine cinesi.
Posa la mano sulla tendina di pizzo inglese, la scosta e rinuncia.
Grande, accogliente lago, maestro universale, specchio di poesia.
Basta.
if you really love me then let’s make a vow, right here, together, right now.
ok? ok. alright. repeat after me:
i’m gonna be free,
and i’m gonna be brave
-good-
i’m gonna live each day as if it were my last
-oh it’s gonna be like that, yes
- fantastically, courageously, with grace.
and in the dark of the night
-and it does get dark
- when i call a name, it’ll be your name
-what’s your name? nevermind, let’s go
- let’s go everywhere, even though we’re scared.
cause it’s life and it’s happening
-oh, it’s really happening…
L’uomo che prima pendeva impiccato controluce ora è appoggiato ad un palo e tiene in mano un mazzo di fiori. Quel labbro sottile, crudele senza appello, schiavo delle tue paranoie. Non riesco a vederti bene.
Jacqueline ti aspetta, sorride sentendo i gatti amarsi tra i cespugli, pronti a dar vita ad altre creature.
Hai pulito bene le macchie di sangue sulla divisa?
Hai forse paura? Quella paura sottile, quel terrore asciutto che sembra la punta di un coltello premuta sulla schiena sudata di chi non riesce più a dormire.E’ inutile cercare una risposta tra le onde increspate di questo fiume cittadino, non puoi aggrapparti a qualcosa, a qualcuno.
Lei prova simpatia per te. Suo padre ha detto “una tenera simpatia”. Non per questo è un’assassina, ma ha gettato i tuoi fiori in acqua.
Chiudi gli occhi.
Strani animali sorvegliano il mio sonno. Devo prima uscire dal tuo inferno per poter entrare senza biglietto di presentazione nell’altro. Nessuna speranza viene lasciata in questi prati estivi coperti di fiori, nessuno qui ha bisogno di liquidi necessari alla vita. Basta un cuscino premuto sulla faccia, basta un gioco tra bambini. C’è un cane che corre nel parco, il suo padrone cammina lento, con una bottiglia in mano e un berretto blu in testa. Ha i capelli bianchi, i vestiti chiari e una giacca rossa.
Oggi.
Nel parco ci sono anche donne che fanno jogging, il chiosco non ha ancora aperto; in cielo non ci sono nuvole ma tira un forte vento. Seduto sulla panchina Perec scrive sul retro del foglio della banca. I capelli folti sono mossi dal vento, ma lui non se ne cura. Continua a scrivere con un mozzicone di matita le parole che gli passano per la testa e cerca di collegarle con un nesso logico. Abbozza un sorriso, a volte sardonico, e non alza lo sguardo dal suo foglio. Ha ancora il gusto del caffè mattutino in bocca: detesta quando si blocca in fondo alla gola e gli fa sentire l’alito pesante, vagamente acidulo, fastidioso per sé e per gli altri. Sulla panchina è appoggiata la sua borsa a tracolla nera con lo stemmino. Dentro ci sono fogli (vuoti, bianchi, scritti, fitti), matite, penne (una stilografica), alcuni libri, un portamonete in cuoio marrone, un blocco note, le sigarette, i fiammiferi, i fazzoletti e le parole crociate del giovedì.
Fuma una sigaretta. Dopo averla accesa stringe vagamente gli occhi per il fumo della prima boccata. Non sa che morirà per un tumore ai polmoni, ma trova la sua figura di un certo rilievo quando si guarda la sera nello specchio. Sa di avere un sorriso disarmante, ma lo usa solo per salutare la portinaia o quando i suoi gatti fanno qualcosa di tenero.
Il mozzicone di matita inizia a diventare inutilizzabile, almeno mentre è seduto su quella panchina, in quel parco. Perec non l’ha salvata dalla psicosi delle 4:48. Dieci minuti fa.
Certo, ha salvato altre persone.
Potrebbe fare ancora un po’ di punta alla matita, ma tirare fuori il temperino è troppo faticoso, c’è troppo vento.
Dipende dal fuso orario. Dov’è il tuo amore terreno? Non ne parli mai, con la tua delicatezza potresti far sognare centinaia di persone.
Potresti salvarle.
Non hai amori terreni specifici? Abbracci tutto con il tuo sguardo sornione e paterno. Ami le cose materiali, chiavi d’accesso per il mondo superiore se vincono il concorso di poesia. Di là, dicono. Hai camminato sulla spiaggia con lei, era piuttosto graziosa, non trovi?
“Piove sui fili d’erba, hai le mani arrossate”.
A volte basta il momento giusto, la luce migliore, un profumo buonissimo per far amare un film, sentirlo nelle proprie corde con una perfezione spiazzante: combacia tutto. Anche i difetti.


La schiena appoggiata al granito fresco.
Via gli occhiali, per una visione morbida del mondo. Con le stesse altezze di un gatto.
Le nuvole del pomeriggio corrono veloci. Una girandola che ha i colori dell’arcobaleno si muove come in un sogno seguendo la musica, soddisfando il vento d’estate.
L’attimo che si espande, che vola fino all’universo, con un sorriso.
Glósóli.
C’è un piccolo mondo sotto vetro dove gli appartamenti sono inondati dalla luce dal sole, dove fuori dalla porta di casa i viali alberati sono silenziosi e rassicuranti. Cene perfette, con candele, vini e luci ottimi. Pianti programmati, in cucine meravigliose e vissute, di piccole donne fragili vestite di lana rossa e verde. Amate, amatissime, malate. Luoghi caldi con marciapiedi azzurri, cappellini londinesi e parchi ricoperti di neve.
Il lieto fine in serate di pioggia, su un ponte, tra le braccia del personaggio più sfigato della storia, ma anche il migliore.
E poi… i titoli di coda.
Sorridete, spettatori, e non guardate l’orologio.
Esorcizzare il dramma.
Essendo “smiles addicted” a volte rimango colpita da certe esperienze, da certi incontri. A volte basta incrociare dei sorrisi, essere nervosi, cercare le parole giuste.
…ridere, camminare, ascoltare una musica gitana, bere lentamente un rhum & pera, giustificarsi, far assaggiare, tradurre, spiegare, offrire, abbracciare…
L’improvvisare l’azione dà la possibilità di vedere le onde che questa provoca.
Oh merde!
Diventa un piccolo pugno nello stomaco prolungato nel tempo, una vocina che ricorda come sarebbe stato facile chiedere o tornare indietro. Si capisce che c’è qualcosa, nel percorso che si sta compiendo, di sbagliato, poco chiaro. Scelte etiche, discorsi, motivazioni. O l’esser drastici, il vivere la propria vita sul serio. Certi paroloni vengono ostentati da qualcuno solo quando capita, in serate fortunate, e ricercati affannosamente da altri quotidianamente.
E le somiglianze, e le dissonanze, e le domande, e le gaffes. Aprire una persiana e guardare verso quel porto, dopo tanto tempo. Mal di testa, occhi gonfi e un bicchiere d’acqua per non annegare in un nulla facoltativo.
Il est ému, agité, anxieux ; mais la peur, c’est autre chose.
- Del condominio e del quartiere
“Non è niente di trascendentale”
Un mio vicino ogni volta che parla deve infilare questa frase nel discorso. Lui trascende e probabilmente travasa (ma sì, un po’ di termini a caso) quando io nel mio corridoio canto in falsetto o in stile lirico. Quand’ero piccola (o più giovane) una volta mi sentì suonare la tastiera ed uscendo dall’ascensore esclamò “che bello”, quindi è un’anima buona.
Non è un’anima buona la famigerata “megera del quartiere”. Tutti la salutano con grandi sorrisi, ma mi odia. A volte mi domando se non sia stata inviata, insieme ad un altro individuo (lepego, naturalmente), apposta per rendermi inquieta. Salgo sul bus e c’è lei che mi guarda con un sorrisetto diabolico. Scendo dal bus e c’è lui che cerca di salutarmi (”Ti seguo da due anni”…avrei voluto chiedergli come mai ha deciso di diventare un mio fan, ma era talmente lucido di unto che mi sono sentita abbagliata). Oggi sono andata in cantina dopo due anni: chiavi sbagliate, ragnatele, nuove esche, senso di schifo generale. Sulla nostra porta sono state incise due svastiche (al contrario), una croce all’ingiù e la scritta “peace”. Decidetevi.
- Della società che trascende
“Pronto? Pronto? Pronto? Ah”
La gente non si parla più, o parla troppo a sproposito. Rimaniamo al primo caso. Come dicevo l’altro giorno con Fox siamo nella fase generazionale “iPod e Interpol” e il discorso è vastissimo. La società urban che si spande sempre di più ha le cuffiette nelle orecchie quando è in giro, siano del cellulare o del lettore mp3. Ed ecco che i suoni, i rumori, le voci non si ascoltano più. C’è già chi risponde al telefono nel giro di due secondi ma che a voce fatica a dire un semplice, schiettissimo “ciao”. C’è chi ormai non ti racconta più com’è andata una giornata particolare, uno spettacolo, una mostra, ma ti liquida con “ho scritto tutto sul blog”. Ed è qui a volte che qualcuno sente il desiderio di voltarsi e sospirare in modo confuso su un passato, su un tempo senza tecnologie inglobanti, magari seduto su un prato isolato con la fidanzata apprezzata dalla famiglia, due panini e timidi baci. Camiciole vecchio stile, pantaloni vecchio stile, giacchette vecchio stile: qualcuno è rimasto in bianco e nero, ma ha le nevrosi in technicolor.
- Delle donne moderne (che trascendono)
“Evvivaaaaaaaaaa!”
Oggi ho ricevuto l’Edizione Storica di “Towanda!”. La busta era semi-distrutta, ma il contenuto piuttosto interessante, soprattutto perchè mi ha fatto approfondire un po’ la figura di Audre Lorde, scrittrice afroamericana che lottò contro razzismo, classismo, sessismo e omofobia. Per intenderci:
«Nel 1989, durante un seminario di poesia a Stanford, Audre Lorde si rivolse al suo pubblico con queste parole: “Sono una femminista nera, guerriera lesbica e poetessa madre, e sto facendo il mio lavoro”, e poi aggiunse: “Chi siete voi e come state facendo il vostro?”»
Antonella Clerici avrebbe risposto qualcosa come “prendo un piccolo maiale e lo metto in prima serata”. Una ragazza con frangetta nera e viola sugli occhi sarebbe andata a sbattere contro il palo (come oggi). Una signora sull’autobus avrebbe spinto con violenza un bambino per sedersi.
Sì. Happiness is a journey, not a destination.
[Questo blog gira fieramente su WordPress.]
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